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BLOG DEDICATO AI CULTORI DI STORIA DELLA MEDICINA



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STORIA DELLA MEDICINA

martedì 11 maggio 2010

La medicina ebraica nell'Antico Testamento

L’antica medicina ebraica risente dell’influenza della cultura assiro babilonese, dove la malattia rappresenta il castigo divino come conseguenza del peccato.
Nella cultura e nella medicina ebraica è molto importante il concetto di purezza e impurità: pulizia si correla con la buona salute, mentre sporcizia con la malattia.
La medicina ebraica è una medicina di tipo religioso in cui Dio è l’unica fonte di risanamento. Il sacerdote-medico è lo strumento scelto da Dio per il processo di guarigione.
Numerose sono le prescrizioni igieniche con carattere religioso: Il lavaggio mani, il cambio d’abito, le restrizioni dietetiche, la circoncisione.
Il lebbroso, considerato impuro anche dal punto di vista morale e spirituale, veniva allontanato dalla società e le sue vesti venivano bruciate.
Si conosceva l’impiego di vari medicamenti, tra cui il salice (Salix alba) ed era nota la trasmissione per via sessuale di alcune malattie.
Interessanti anche gli aspetti dietetici come la proibizione di consumare il sangue, il grasso e la carne di determinati animali (Levitico 7, 23-26 “Non mangerete alcun grasso né di bue, né di pecora né di capra…Non mangerete affatto sangue, nè di uccelli né di animali domestici…Chiunque mangerà sangue di qualunque specie, sarà eliminato dal suo popolo”), di pesci senza pinne o squame (i molluschi erano riconosciuti come potenziali apportatori di infezioni alimentari).
Inoltre vi erano leggi miranti alla protezione dei pozzi da varie forme di inquinamento tra cui i rifiuti umani.
Diffusa era la pratica del salasso. La circoncisione, inizialmente una misura igienica, divenne in seguito segno dell’alleanza tra il Signore e Abramo (Gen 17, 10-14) .
Significativo il passo tratto da Esodo 15, 26: “Se ascolterai la voce del Signore….non ti infliggerò nessuna delle infermità che ho inflitto agli Egiziani, perché io sono il Signore, colui che ti guarisce”.
E’ importante ricordare che Mosè aveva stabilito regole ferree (dieta, misure igieniche, purificazione, quarantena) per proteggere il popolo durante l’esodo.
Un aspetto molto curioso è rappresentato dalla parola medico che in ebraico è rofè. Tale vocabolo deriva dal verbo raphà che significa guarire; anche il nome dell’Angelo guaritore Raffael ha la stessa origine e significa “Dio risana”.



venerdì 7 maggio 2010

Ricostruzione dei volti dei guerrieri micenei

Molto frequenti sono i rilievi paleopatologici di rachitismo, malaria, fratture e malnutrizione nelle tombe di vari siti archeologici dell'antica Grecia.
Reperti differenti, sono stati trovati nelle tombe del circolo B all’esterno della rocca di Micene: si tratta di resti appartenenti a membri di famiglie di stirpe reale.
Vi è assenza di lesioni ossee secondarie a usura o a insufficiente alimentazione, presenza di denti sani e robusti.
In uno dei defunti vi è riscontro di calcoli biliari. In un soggetto vi sono tracce di ferite da arma da taglio alla testa (combattimento) e artrosi alla spalla sinistra (consuetudine per i nobili di sorreggere con il braccio sinistro un pesante scudo.
All'interno del museo di Micene, sono visibili le ricostruzioni dei volti degli eroi micenei: ecco alcune immagini.








































































Le tre Moire e la vita dell’uomo

Ma chi stabiliva la durata della vita dell’uomo? Questo compito spettava alle tre Moire, dette anche Parche o Kere. Cloto, la filatrice, avvolgeva con il fuso il filo della vita. Lachesi, colei che misurava la lunghezza del filo, stabiliva la durata della vita. Atropo (dal verbo α-τρεπω, colei che non si può evitare) era la più piccola ma la più terribile: era colei che recideva il filo della vita. Lo stesso Zeus, che poteva influenzare l’operato delle prime due, non poteva interferire con l’attività di Atropo.

mercoledì 5 maggio 2010

Il primo ematologo dell'antichità: Melampo.


Anche il primo ematologo della storia era greco.
Si chiamava Melampo (significa “dai piedi neri”, poiché camminava senza calzari).
Era un pastore, medico, e veggente di Argo. Visse intorno al 1400 a.C.
Curò Ificle, che lamentava astenia e non poteva avere figli.
Gli somministrò disciolta in acqua la ruggine raschiata da un coltello: la terapia durò per 10 giorni e il malato guarì. Si tratta probabilmente del primo esempio di cura di un’anemia da carenza di ferro.
Ma oltre ad essere un buon ematologo, Melampo conosceva anche le proprietà medicamentose delle erbe e il passaggio dei pricipi farmacologici nel latte. Guarì dalla follia le figlie di Preto re di Argo, somministrando loro latte di capra nutrita con elleboro nero.





 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

lunedì 3 maggio 2010

La ferita di Filottete

Filottete, famoso arcere della Tessaglia ed amico di Eracle, prese parte alla spedizione achea contro Troia. Morso da un serpente, riporta una ferita al piede che diventa una piaga cronica, dolorosa e maleodorante (Iliade II, 716-725).
Viene abbandonato dai compagni sull’isola di Lemnos ma senza le sue frecce, Troia non viene espugnata. Viene quindi condotto nell’accampamento acheo e guarito da Macaone.
Sofocle, nel Filottete, esegue una descrizione accurata della malattia: parla di ulcera del piede (vv 7, 291, 690, 697, 824), dolorosa (vv 9, 11), maleodorante (vv 520, 876, 890, 891, 1032), gemente materiale ematico (vv 695, 782-784).
Tra le ipotesi diagnostiche: il morso di serpente, probabilmente non velenoso, ha causato una ferita che si è infettata.
Nell’opera del Baldacci, si può osservare l’eroe sofferente e lo spasmo doloroso che attanaglia il piede sinistro.

Riferimento:
Vincenzo Baldacci (Cesena 1802-13 ), Filottete



sabato 1 maggio 2010

Altri due casi di gozzo

Altri due casi di gozzo, ovvero di tumefazione alla base dal collo secondaria a patologia tiroidea sono rappresentati nell’opera di Artemisia Gentileschi intitolata “Giuditta e Oloferne” e nella “Resurrezione di Cristo” di Piero della Francesca.
Nella prima opera si può osservare la tumefazione del collo di Giuditta che ha appena decapitato Oloferne. Nell’opera di Piero, invece, si può osservare tra i soldati caduti addormentati l’autore che si è auto ritratto, il secondo da sinistra. Piero appare con la testa iperestesa: è evidente un nodo tiroideo.

Riferimenti:
Artemisia Gentileschi (1593-1653), Giuditta e Oloferne
Piero della Francesca, Resurrezione di Cristo

giovedì 29 aprile 2010

Un caso di ipertiroidismo?

Inquietante l’opera di H. Füssli dal titolo “La follia di Kate”. Colpisce l’espressione di terrore e i bulbi oculari protrusi. Il sottotitolo dell’opera è “Una fanciulla resa folle dal dolore per il mancato ritorno dell’amato dal viaggio in mare”. La follia sembra emergere dallo sguardo.

Potrebbe trattarsi di un caso di ipertiroidismo, nella fattispecie un’oftalmopatia basedowiana?


Riferimento:
H. Füssli, La follia di Kate,1806-1807, Francoforte sul Meno, Goethe- Museum
http://www.agisoftware.it/Arte/5/p/bg/p5i00200.jpg

sabato 24 aprile 2010

24 aprile 1915: ricordando il genocidio degli Armeni

Il 24 aprile ricorre il 95° anniversario del genocidio degli Armeni, chiamato "Metz Yeghern", il Grande Male.

Premesse storiche
Le origini del popolo Armeno in Asia Minore risalgono al II secolo a.C.
L’ubicazione geografica dell’antica Armenia è compresa tra il Caucaso e l’Eufrate, in un ampio territorio compreso tra i laghi di Van, Sevan e Urmià.
Gli Armeni nel corso della storia vennero inglobati e spesso divisi sotto il dominio di vari imperi: subirono la dominazione dei Medi e dei Persiani, successivamente dell’impero Romano, quindi Bizantino, poi ancora dell’impero Arabo-Islamico, di quello Selgiuchide ed infine dal XIV secolo dell’impero Ottomano e nel XX secolo di quello Russo.
La conversione al cristianesimo avvenne sul finire del III secolo d.C ed influenzò in modo radicale la loro identità storica: fu il primo popolo a convertirsi e a porre il Cristianesimo come religione di stato. Fu proprio la religione cristiana che permise a questo popolo di mantenere una identità culturale nel corso dei secoli, nonostante le numerose dominazioni subite.

I fatti
Il 1821 anno dell’Indipendenza della Grecia dall’Impero Ottomano, segna l’inizio della crisi e dello smembramento dell’impero Ottomano.
Numerose erano le etnie che cercavano l’indipendenza e sempre maggiore era la pressione dell’impero zarista russo. All’interno dell’impero vi erano numerose minoranze cristiane come Serbi, Bulgari, Greci dell’Asia minore, Assiri e Armeni che cercavano l’autonomia politico-religiosa. Inoltre le potenze europee, in particolare Francia e Inghilterra, vedevano nell’impero un baluardo contro le mire espansionistiche russe.
Nel XIX si verifica un notevole risveglio culturale, intellettuale ed economico per gli Armeni.
Si trattava di un popolo laborioso e pacifico di agricoltori, commercianti, intellettuali che chiedeva non tanto uno stato indipendente quanto il riconoscimento dell’uguaglianza e della libertà culturale all’interno dell’impero. Gli Armeni nell’impero erano concentrati oltre che in Cilicia, nei sei vilayet (=distretti) orientali di Van, Bitlis, Erzerum, Diyarbekir, Kharput e Sivas.
Nel 1876 salì al trono il sultano Abdul Hamid II. L’impero era ormai un “gigante malato”, in crisi sul fronte russo e su quello europeo, ma anche su quello interno per le rivolte dei Curdi.
La nascita di alcuni movimenti indipendentisti e di partiti politici armeni, venne vista come una minaccia all’integrità dell’impero. Il sultano organizzò reggimenti para militari detti hamidiès costituiti da Curdi e da carcerati, con lo scopo di reprimere la minoranza armena.

L’inizio del genocidio
Nel 1894 iniziano i primi massacri e le uccisioni di massa. Il primo massacro sistematico e pianificato ebbe luogo nella regione di Sassun a ovest del lago di Van.
Venivano spesso alimentate voci di complotti armeni (i panettieri armeni venivano accusati di avvelenare il pane) e venivano estorte con la tortura ammissioni di colpevolezza con lo scopo di istigare il fanatismo della popolazione turca. Tutto ciò diede il via a numerosi massacri sotto l’occhio complice e indifferente delle autorità locali.
Tra il 1894 e il 1896 sono state stimate tra le duecento-trecento mila vittime con alcune decine di migliaia di conversioni forzate all’Islam e con migliaia di Armeni in fuga dall’impero.
I massacri furono alimentati dal fatto che l’impero si stava disgregando, vi erano continue pressioni sul fronte russo, gli Armeni si organizzavano in movimenti di resistenza che talora simpatizzavano con il nemico russo.
In questa situazione di crisi un ruolo importante fu rivestito dal partito nazionalista turco che voleva fortemente un ritorno alle origini. L’obbiettivo era quello di riunire tutti i popoli di etnia turca, come i Tatari dell’Azerbaigian, i Kazaki, gli Uzbechi, in parte inglobati nell’impero russo o in quello persiano, in un’unica grande nazione. Tale progetto si basava sulla teoria del “panturchismo” e del “turanesimo”, basate sull’omogeneità etnica, religiosa e linguistica del nuovo stato turco.
E’ necessario infatti ricordare che l’impero era costituito da una popolazione eterogenea: cristiani (slavi, greci, siriani, armeni) e musulmani (turchi, curdi, arabi). In particolare gli Armeni, di religione cristiana, attivi intellettualmente ed economicamente, rivolti verso occidente, con le richieste di autonomia rappresentavano un ostacolo al progetto di costituire uno stato di cultura islamica e di etnia e lingua turca.
Nel 1908 il partito dei Giovani Turchi iniziò la scalata al potere istituendo il Comitato Unione e Progresso (Ittihad ve Terraki); progressivamente il ruolo del sultano divenne sempre meno importante e successivamente venne relegato ad un ruolo puramente simbolico.
La seconda ondata di massacri avvenne nell’aprile 1909 in Cilicia con trentamila vittime.
Nel 1913 fu stabilita una dittatura militare diretta dai tre uomini forti del regime: Enver, Taalat e Djemal Pascià rispettivamente futuri ministri della Guerra, dell’Interno e della Marina.
Nel 1914 venne istituita l’Organizzazione Speciale, diretta dai due medici Nazim e Behaeddin Chakir, con il compito di deportare tutti gli Armeni dell’Anatolia, farli confluire nel deserto siriano ed eliminarli.
Schierato con la Germania, il governo Turco sotto la guida di Enver, entrò in guerra contro Francia, Inghilterra e Russia.
A quell’epoca circa due milioni di Armeni si trovavano nell’impero ottomano e circa un milione in Russia. Bastò la militanza degli Armeni russi nell’esercito russo per scatenare la repressione, accusando gli Armeni di tradimento. L’autodifesa degli Armeni a Van minacciati da Djevded comandante delle armate turche e provvisoriamente salvati dall’avanzata dell’esercito russo, servì da pretesto per iniziare il massacro.

24 aprile 1915
All’alba di sabato 24 aprile 1915 vennero arrestati i maggiori esponenti Armeni di Costantinopoli: intellettuali come il poeta Daniel Varujan, uomini politici come il deputato Krikor Zohrab, commercianti, banchieri. In un mese più di mille Armeni furono arrestati, deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati lungo il cammino.
Nell’Anatolia orientale ai notabili venivano estorte con la tortura ammissioni di colpevolezza; successivamente si procedeva all’esecuzione capitale per tradimento.
I deportati dovevano compiere centinaia di chilometri a piedi sino ad Aleppo in Siria (punto di raccolta), e quindi venivano inviati a morire nei deserti della Siria e della Mesopotamia. L’obiettivo della deportazione era il seguente: “Destinazione: il nulla”.
La maggior parte dei deportati moriva a causa delle malattie, della fame, della sete, degli stupri delle sevizie e delle uccisioni messe in atto durante le centinaia di chilometri percorsi a piedi. I sopravvissuti venivano annegati nelle acque dell’Eufrate o arsi vivi all’interno di caverne nei pressi del deserto. Molte migliaia di Armeni inoltre, furono annegati nel Mar Nero e nel mare antistante Trebisonda.
In tre mesi, alla fine del mese di luglio del 1915 non restava più un armeno nell’Anatolia orientale.
In Siria, sulle rive dell’Eufrate, il deserto di Deir ez Zor rappresentò il culmine del martirio del popolo armeno.
Approfittando della ritirata dell’esercito russo in seguito alla rivoluzione di ottobre del 1917, l’impero ottomano lanciò un’ulteriore offensiva contro l’Armenia orientale. L’offensiva fu bloccata nella battaglia di Sardarabad alla fine di maggio 1918. Fu così proclamata la prima Repubblica d’Armenia e il 30 ottobre 1918 l’impero ottomano capitolava e firmava l’armistizio di Mudros con gli alleati.
Successivamente il 10 agosto 1920 il trattato di Sèvres sanciva l’esistenza nella parte orientale dell’ex territorio ottomano di uno Stato Armeno indipendente e di un Kurdistan autonomo.
Tuttavia, dopo la fuga di Enver, Taalat e Djemal, un giovane politico Mustfà Kemal riprese in mano la situazione con una nuova ondata di nazionalismo all’insegna della laicità dello stato.
In barba al trattato di Sèvres, verso la fine di settembre 1920 il governo Turco inviò le truppe guidate dal generale Karabekir e fece massacrare tutta la popolazione armena della zona appena attribuita alla neo costituita repubblica d’Armenia.
Nel 1921 vi fu un nuovo esodo di Armeni dalla Cilicia, fino a quel momento sotto il controllo francese ma poi subito restituita alla Turchia.
Nel settembre 1922 la città di Smirne venne saccheggiata e data alle fiamme con un nuovo esodo per Greci ed Armeni. Nel 1923 la conferenza di Losanna annullò gli accordi firmati a Sèvres.
Dopo la disfatta ottomana, i responsabili del genocidio fuggirono in Germania.
Nel 1919 a Costantinopoli ebbe luogo il processo ai responsabili, che vennero condannati in contumacia. Non venne espletata alcuna richiesta di estradizione e i verdetti di condanna vennero poi annullati.
Di fronte alla riluttanza delle autorità turche e alleate nell’eseguire le sentenze, il partito armeno Dashnag formò un’organizzazione di giustizieri. Fu così che vennero eliminati alcuni dei più spietati responsabili dei massacri: Behaeddin Chakir membro dell’Organizzazione Speciale, Djemal Azmi il boia di Trebisonda, Djemal Pascià e Taalat. Quest’ultimo fu ucciso a Berlino il 15 marzo 1921 da Solomon Tehlirian.
Nel 1922 sotto la guida di Mustafà Kemal detto Ataturk (il padre dei Turchi), fondatore della moderna Turchia, fu avvallato e completato il progetto dei Giovani Turchi sia con nuovi massacri che con la negazione sistematica della responsabilità dei crimini commessi.
Quel che restava dell’antica Armenia fu inglobato nell’Unione Sovietica.
Nel 1988 si verificarono numerose uccisioni di cittadini di lingua armena a Sumgai e Kirovabad, in Azerbaigian.
Nel 1989 scoppiò il conflitto tra la Repubblica Sovietica Armena e quella Azera per il controllo del Nagorno-Karabah, enclave armena in terra azera, in seguito ai pogrom di Sumgait e Kirovabad.
Nel 1990 si verificano nuove persecuzioni ed uccisioni contro la popolazione di origine armena con i pogrom di Baku del 1990 perpetrati dai turchi azeri.
L’Armenia è divenuta una repubblica indipendente nel 1991 dopo il crollo dell’URSS.
Il 90 % dell’Armenia storica rimane sotto il controllo della Turchia.
Gli attuali siti archeologici, le chiese ed gli antichi monumenti funerari armeni situati in territorioturco e azero, sono impiegati come poligoni militari e sono oggetto di sistematica distruzione.

Conclusioni
Il genocidio armeno fu il primo genocidio del XX secolo e fu preso come paradigma dallo stesso Hitler per intraprendere lo sterminio degli Ebrei (“…oggigiorno chi parla più del genocidio degli Armeni?...”).
La motivazione principale del genocidio, progettato con l’appoggio e la complicità del governo tedesco, fu di tipo politico. L’obiettivo era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e politico.
Il governo Turco attuale, che ambisce all’ingresso nell’Unione Europea, e la maggior parte degli storici turchi, negano fermamente che nel 1915 si sia verificato il genocidio del popolo Armeno. In Turchia parlare del genocidio armeno costituisce un reato punito dall’articolo 301 del codice penale turco, in quanto rappresenta “un’offesa all’identità turca”.
Numerosi sono i giornalisti, gli scrittori, gli intellettuali processati o sottoprocesso in Turchia per aver osato parlare del genocidio.
Lo stesso Oran Pamuk, premio Nobel per la letteratura, fu processato per aver affermato che un milione di Armeni furono massacrati nel 1915, ed in seguito decise di lasciare definitivamente la Turchia per le ripetute minacce di morte.
Ricordiamo l'omicidio a Istambul di Hrant Dink scrittore e giornalista armeno, già condannato a 6 mesi di reclusione per aver definito “un genocidio” i massacri degli Armeni del 1915-1916.
Tuttavia non bisogna pensare al genocidio armeno come conseguenza di una guerra santa; infatti le popolazioni arabe della Siria salvarono numerosi Armeni da morte certa nel deserto. La Turchia di oggi non è ovviamente responsabile dei crimini commessi nel 1915, ma una serena ed imparziale valutazione dei fatti storici aiuterebbe sia il popolo Turco a liberarsi dal peso opprimente ed infamante di un recente passato, sia il popolo Armeno che vedrebbe finalmente riconosciuta una verità storica estremamente dolorosa.
Il genocidio armeno è stato riconosciuto come realtà storica dall’ONU nel 1985 e dal Parlamento Europeo nel 1987.
Nel 1995 la Duna della Russia ha riconosciuto il genocidio armeno, come pure i parlamenti di Bulgaria e Cipro, della Grecia e del Libano nel 1996, di Belgio, Argentina e Francia nel 1998, della Svezia nel 2000.
In Italia, negli anni 1997-98, il genocidio armeno è stato riconosciuto da numerosi Consigli Comunali di varie città e così pure dal Consiglio Regionale della Lombardia.
Nel 1998 l’Onorevole Paglierini ha presentato una proposta di riconoscimento del genocidio armeno alla Camera dei Deputati, sottoscritta da parte di più di 170 parlamentari.
Anche Papa Giovanni Paolo II ricordò le persecuzioni subite dagli armeni a causa della propria fede cristiana e in un comunicato congiunto con il Katholicos armeno parlò del genocidio compiuto dai Turchi dichiarando che "il genocidio degli Armeni, che ha dato inizio al secolo, è stato il prologo agli orrori che sarebbero seguiti".

Bibliografia essenziale

I quaranta giorni del Mussa Dagh. Franz Werfel. Ed. Corbaccio

La masseria delle allodole. Antonia Arslan. Ed. Rizzoli

Mari di grano e altre poesie armene. Daniel Varujan. Ed. Paoline

Il canto del pane. Daniel Varujan. Ed. Guerini ed Associati

Metz Yeghern. Breve storia del genocidio degli armeni. Claude Mutafian. Ed. Guerini e Associati

Voci nel deserto.Giusti e testimoni per gli armeni. Pietro Kuciukian. Ed. Guerini e Associati

Viaggio tra i Cristiani d’Oriente. Pietro Kuciukian. Ed. Guerini e Associati

www.comunitaarmena.it

www.turchia.it

www.ambasciataditurchia.it

mercoledì 21 aprile 2010

Sincope o isteria?

Le opere di Pietro Longhi rappresentano spesso momenti di vita quotidiana ed hanno valore documentario. In particolare nell’opera intitolata “Lo svenimento”, l’autore ritrae una giovane donna, pallida, che ha appena perso i sensi, sorretta da amici o parenti. Da notare il medico che si avvicina alla giovane signora per prestare le cure e il tavolino con le carte da gioco rovesciate sul pavimento.
Nell’opera “Il farmacista” l’autore rappresenta un ambulatorio dove il medico ed il farmacista operano. Il primo ispeziona il cavo orale del paziente, il secondo scrive una ricetta. In primo piano si può notare una pianta di aloe vera, pianta nota per le sue virtù terapeutiche.


Riferimenti:
Pietro Longhi, Lo svenimento, 1744, Washington, National Gallery of Art
http://www.frammentiarte.it/dal%20Gotico/Pietro%20Longhi%20opere/6%20pietro%20longhi%20-%20lo%20svenimento.jpg
Pietro Longhi, Il farmacista, 1752, Venezia, Gallerie dell’Accademia
http://www.wga.hu/art/l/longhi/pietro/1/15vendor.jpg

domenica 18 aprile 2010

Lo studio dei cadaveri

Famossissimi sono i due dipinti di Rembrandt, la lezione di anatomia del Dott. Tulp e quella del Dott. Deyman.
Nella la lezione di anatomia del Dottor Nicolaes Tulp (1632, L’Aia) risalta, oltre alla precisione del dettaglio anatomico, il contrasto tra la pacatezza dello scienziato e l’interesse misto a stupore degli astanti.
Nella lezione di anatomia del Dr. Joan Deyman (1656, Amsterdam, Rijksmuseum) la posizione del cadavere, che conferisce alla scena una certa drammaticità, ricorda il Cristo morto di Mantegna. Notevole è la definzione psicologica delle figure e la ieraticità delle mani degli anatomici (uno tiene la calotta cranica, l’altro esegue la dissezione del cadavere).

Riferimenti:
Rembrandt, Lezione di anatomia del Dottor Nicolaes Tulp, 1632, L’Aia
Rembrandt, Lezione di anatomia del Dr. Joan Deyman, 1656, Amsterdam, Rijksmuseum





sabato 17 aprile 2010

Studio della Sindone

Nel blog, a breve, verrà aperta un sezione dedicata alla SINDONE e agli studi inerenti a questo misterioso ed affasciante reperto.
Chiunque sia interessto e voglia portare il proprio contributo, è pregato di contattarci.
A presto!

venerdì 16 aprile 2010

De Ribera e il piede torto

Nell’opera di De Ribera si incontrano spesso ritratti di gente umile o con deformità fisiche. E’ il caso del fanciullo con una deformazione del piede, forse un piede torto congenito. L’autore affronta spesso ciò che è diverso, non bello, e lo esprime non per meravigliare ma per portare all’attenzione degli osservatori quella parte di umanità che solitamente la società vuole ignorare.

Riferimento: J. De Ribera, Lo storpio,1642, Parigi, Louvre
http://www.wga.hu/art/r/ribera/2/bandy.jpg

giovedì 15 aprile 2010

Il Bacchino malato di Caravaggio: un caso di cianosi?

Lo splendido ritratto intitolato "il Bacchino malato" ci mostra un giovane con colorito bluastro del volto, in particolare delle labbra: la cianosi.
Gli storici dell’arte ed i medici si sono sbizzarriti in numerose interpretazioni.

Ipotesi 1: si tratterebbe di autoritratto del pittore, dal momento che è stato dipinto proprio in un periodo in cui Caravaggio era malato. La cianosi sarebbe stata espressione di una qualche cardiopatia?

Ipotesi 2: la tonalità blu-verdastra dell'immagine sarebbe dovuta a una errata procedura di restauro avvenuta in passato.

Riferimento: Caravaggio, Bacchino malato (1593-94), Galleria Borghese, Roma
http://www.wga.hu/art/c/caravagg/01/01bacch.jpg





martedì 13 aprile 2010

A tutti i lettori

Lasciate un breve commento.
Fateci sapere come migliorare il blog.
Presto il blog sarà disponibile anche in lingua inglese.
Grazie.

lunedì 12 aprile 2010

La cura della follia

Molto famosa e ricca di complessi elementi interpretativi è l’opera di H. Bosch, intitolata La cura della follia. Il significato dell’opera è riassunto nella scritta a caratteri gotici: “Meester snyt die Keye ras // Myne name is lubbert das “ , la cui traduzione corrisponde a “Maestro cava fuori le pietre, il mio nome è lubbert das”.
Si può osservare un medico medico ciarlatano (come copricapo ha un imbuto -simbolo di sapienza- e alla cinta è appesa una borsa piena di monete, espressione di facili guadagni) che tenta di estrarre dalla testa dello sprovveduto paziente le pietre della follia. Lubbert das infatti significa letteralmente “bassotto castrato”, sempliciotto, persona gabbata.
Si può osservare anche una monaca che tenendo in equilibrio sul capo un trattato di medicina, medita sulle follie e sulle stupidità terrene.
Da notare il pugnale che trapassa la borsa appesa al fianco del paziente, al fine di rubare il denaro dalla tasca dello sprovveduto e malcapitato paziente.
Bosh esprime quindi l’autentico atto clinico del ciarlatano (chiamato Maestro) che è l’estrazione dei soldi dalla tasca del povero paziente.
La credenza che con un intervento chirurgico sulla cervice si potesse togliere dal capo la “pietra della follia” era schernita nel ‘500 come pratica ciarlatanesca: il soggetto si lega perciò allo spirito popolare e alle prediche morali contro la vanità dell’arte medica. Per Bosch la vita è un perpetuo ricorrere dei peccati e delle follie che tengono l’uomo lontano da Dio


Riferimento:
H. Bosch, La cura della follia, 1490 circa, Madrid, Prado


giovedì 8 aprile 2010

Domenico Ghirlandaio: la prima rappresentazione di un caso di acromegalia e di rinofima

Molto interessante è il ritratto di Francesco Sassetti situato a Firenze nella Chiesa di Santa Trinità, opera del Ghirlandaio. Il secondo personaggio da sinistra porta le note deformazioni del cranio, del naso e della mandibola tipiche dell’acromegalia.
Un’altra opera molto interessante del Ghirlandaio è il ritratto del vecchio con il nipote conservato al Louvre, dove oltre allo sguardo di benevola complicità che nonno e nipotino si scambiano, spicca un naso molto grande e deforme: potrebbe trattarsi di un rinofima.
Il rinofima è espressione di una patologia dermatologica, l’acne rosacea, che determina un aumento del numero e delle dimensioni delle ghiandole sebacee.
Riferimenti iconografici:
Domenico Ghirlandaio (1490 circa) Ritratto di Francesco Sassetti, Firenze Chiesa di Santa Trinità
http://www.wga.hu/art/g/ghirland/domenico/5sassett/frescoes/5confir3.jpg

Domenico Ghirlandaio, Un vecchio con suo nipote, 1490, Parigi, Louvre
http://www.wga.hu/art/g/ghirland/domenico/7panel/08oldman.jpg





mercoledì 7 aprile 2010

Malattie reumatiche all'epoca dell'Impero Bizantino

Vi segnalo un interessante articolo sulla conoscenza e il trattamento delle malattie reumatiche all'epoca dell'Impero Bizantino.
Ippocrate per primo decrisse l'attacco di gotta (podagra) e pose le prime basi fisiopatologiche dei reumatismi: una discrasia degli umori era la causa anche delle malattie articolari. Si creavano delle correnti, i "reumi" (dal greco reo = scorro), che erano responsabili dei dolori alle articolazioni.
Prometeo può essere considerato il primo reumatologo ante litteram: mentre l’aquila gli dilaniava il fegato, dal sangue che sgorgava a fiotti dalle sue ferite nacque un fiore, il colchico (croco caucasico).
Tale fiore fu usato da Medea per rendere invincibile Giasone e fu impiegato nell’antichità sia come veleno che come farmaco.
In particolare, il medico bizantino Alessandro di Tralles (IV sec. d.C) impiegò il colchico (detto anche ermodattilo) per il trattamento dei dolori articolari.
Il colchico entrò con successo nella farmacopea dell’Ottocento per il trattamento della gotta con il nome di colchicina.

lunedì 5 aprile 2010

Avviso ai lettori

Chiunque voglia portare il proprio contributo con suggerimenti, spunti, articoli...è il benvenuto!
A presto

Novità: nuovo blog per gli amanti della Grecia antica e moderna

Vi segnalo un nuovo blog per chi ama la Grecia sia antica che moderna, la sua storia, la sua lingua, la sua letteratura. Ricordiamo, infatti, che la cultura europea è nata nell'antica Grecia.
In questo blog si tratta il tema del viaggio o meglio del ritorno: il nostos. Ritorno verso la terra dove nacquero gli dei.
Buona lettura.

domenica 4 aprile 2010

L'emicrania di Ponzio Pilato.

Nel romanzo "Il Maestro e Margherita" di Michail Bulgakov, viene descritto con dovizia di particolari un attacco di emicrania che colpisce il governatore Ponzio Pilato mentre si appresta a giudicare un uomo di nome Joshua  Hanozri.
E' probabile, data la descrizione molto dettagliata dell'attaco di emicrania, che Bulgakov soffrisse di emicrania.
Ricordo inoltre che Bulgakov era un medico.
Segnalo il link dello splendido articolo scritto dal Prof. Giorgio Zanchin dal titolo "L'emicrania di Michail Bulgakov".
http://syllabus.neuro.it/pdf/2006/147.pdf

Il Mantegna e lo studio dei cadaveri

Nell’opera di Mantegna, il Cristo morto, si può osservare una grande conoscenza dei dettagli anatomici.
Va considerato il periodo di formazione dell’artista nell’ambiente padovano di metà Quattrocento, caratterizzato dalla presenza nello Studium di una cultura averroista e aristotelica a carattere prevalentemente scientifico e laico, volta soprattutto allo studio del mondo fisico e naturale

Riferimento: Mantegna, Cristo morto (1480-1490), Milano, Pinacoteca di Brera
http://www.wga.hu/art/m/mantegna/2/dead_chr.jpg

giovedì 1 aprile 2010

Malattie della tiroide alla corte bizantina

I mosaici di San Vitale a Ravenna (547 d.C.) ci mostrano un caso molto interessante di possibile patologia tiroidea: il gozzo. Mentre il collo dell’imperatrice Teodora è molto sottile e allungato, si può notare il gonfiore al collo delle giovani donne nel corteo, alla sinistra dell’imperatrice.
Alcuni autori hanno ipotizzato un gozzo da carenza di iodio poiché i rifornimenti d’acqua a Costantinopoli, durante l’impero di Giustiniano, avvenivano attraverso le famose cisterne sotterranee dove veniva convogliata l’acqua piovana.
Già Ippocrate (V sec a.C.) aveva attribuito i rigonfiamenti al collo, al consumo di acqua piovana che appunto conteneva un bassissimo tasso di iodio.
Galeno di Pergamo (129-200) parlava di «carne lassa nel collo». Ezio di Amidia, medico personale dell’imperatore Giustiniano, nei suoi scritti definiva «bronchocele il cronico rigonfiamento delle linfoghiandole della laringe»

Riferimento: i mosaici di San Vitale, Ravenna (547 d.C.)
(Confrontare il collo dell’Imperatrice e quello delle ancelle, in particolare le prime tre a destra)

Il torcicollo di Alessandro Magno (356-323 a.C)

Nelle statue di Lisippo e in altre statue conservate nella tomba di Verghina, al Museo di Salonicco e al Louvre, il giovane sovrano viene rappresentato con una curiosa inclinazione del capo. Plutarco descrive l’inclinazione del collo, piegato leggermente verso sinistra. Tale posizione viziata pare possa essere riconducibile ad un torcicollo, probabilmente congenito (secondario a fibrosi e retrazione del muscolo sternocleidomastoideo).

Riferimento: Statua di Alessandro Magno, Museo di Pella (Salonicco)

L’occhio ferito di Filippo II di Macedonia ( di Marco Rossi)

Dalle fonti storiche sappiamo che Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, venne ferito da una freccia all’occhio destro, durante l’assedio di Metone nel 355-354 a.C. Plinio ci racconta che la freccia penetrò nell’orbita destra, ma il pronto intervento di un chirurgo, Critobulo di Cos, salvò la vita al sovrano.
Da allora il sovrano verrà ritratto nelle monete mostrando il profilo sinistro e non piu’ il destro, come era consuetudine.
Una piccola scultura in avorio che rappresenta il sovrano, è conservata al Museo Nazionale Archeologico di Salonicco ed evidenzia gli esiti della ferita: è presente una netta cicatrice all’arcata orbitaria destra e l’occhio destro sembra meno sporgente e quasi vitreo.

Riferimento: statua in avorio di Filippo II di Macedonia, Museo Nazionale Archeologico di Salonicco

Arte e medicina: la rappresentazione delle malattie nella storia dell’arte ( a cura di Marco Rossi)

Lo studio della Storia dell’Arte e l’attenta osservazione delle opere stesse, ci permette di rinvenire numerosi e, a volte, curiosi riferimenti a patologie mediche.
Cercheremo di raccogliere alcune delle piu’ significative rappresentazioni di patologie che sono anche confermate da testi letterari. CONTINUA...

venerdì 12 marzo 2010

I SANTUARI DELLA SALUTE

I più importanti sorsero a Epidauro, Cos, Pergamo, Atene, Tricca, Lebene.
Erano ubicati in luoghi ameni, esposti a mezzogiorno, in prossimità di boschi e sorgenti di acque termali per la purificazione. Era sempre presente un teatro e una Tholos (edificio circolare circondato da colonne) per l’allevamento dei serpenti. Nei santuari operavano medici e sacerdoti.
I pazienti dovevano compiere un rito di purificazione prima di essere ammessi all’interno del tempio. Durante la notte i sacerdoti spegnevano le lampade sacre e al buio, vestiti di bianco con calzari purpurei ed il capo coronato d’ulivo, si aggiravano tra i malati con passi lenti, recitando preghiere ed invocazioni ad Apollo ed Asclepio.
Gli infermi si addormentavano, sotto l’influsso di bevande ipnoinducenti, stremati dal digiuno e dalla lunga attesa.
Il malato, per effetto della suggestione e delle sostanze allucinogene, vedeva la divinità che impartiva consigli terapeutici e praticava guarigioni
I serpenti sacri (non velenosi) venivano liberati tra i dormienti; spesso si attorcigliavano agli arti, strisciavano in prossimità dell’addome o del torace, lambivano le ferite.
I malati gravi, i moribondi o le gravide non venivano accettati per non contaminare il luogo sacro

MEDICINA E LETTERATURA

giovedì 11 marzo 2010

LA PREGHIERA DEL MEDICO

LA PREGHIERA DEL MEDICO

Mosé Ben Maimoun (Maimonide - 1135/1204)

Signore, fa che la mia mente sia sempre limpida e illuminata al letto del paziente, fa che nessun pensiero estraneo mi distragga.

L'erudizione e l'esperienza mi siano sempre di guida e il mio lavoro sia sempre sereno.

Perché grandi e nobili sono queste conoscenze scientifiche, volte a mantenere la salute e la vita delle Tue creature.

Allontana da me il preconcetto ch'io possa sapere ogni cosa. Dammi la forza, la voglia e l'opportunità di ampliare sempre questo mio sapere.

Oggi posso scoprire cose che ieri non avrei nemmeno sospettato perché l'arte è grande e la mente umana non si stanca di apprendere.

Fa sì che nel paziente veda solo l'uomo. Tu, o Generoso, hai scelto me per vegliare sulla vita e sulla morte delle Tue creature.

Ora mi appresto alla mia visita.

Stammi vicino in questo arduo compito sì che possa riuscire bene. Perché senza il Tuo aiuto l'uomo non riesce nemmeno nelle piccole cose.

MEDICINA NELL'ANTICA GRECIA

La medicina greca rappresenta il punto di arrivo di esperienze di antiche civiltà come l’assiro babilonese, l’ebraica, l’indiana, l’egiziana.

Ma l’aspetto fondamentale è che la medicina greca segna il passaggio dalla medicina teurgica (le malattie sono inviate sotto forma di demoni dagli dei per colpire l’uomo e il medico-sacerdote è un intermediario) alla medicina intesa come scienza (il medico formula una diagnosi e propone una terapia).
La medicina greca può essere suddivisa in un periodo arcaico (antiche civiltà pre-elleniche, cicladica e minoico-micena), un periodo greco propriamente detto (nascita della filosofia e della scienza con i filosofi pre-socratici e nascita della medicina con Ippocrate di Cos nel V sec. a.C.), un periodo ellenistico.

mercoledì 3 marzo 2010

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